Lip Gloss On Anorexic Body

mercoledì, luglio 09, 2008

Finalmente Beckett che parla e si muove

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venerdì, giugno 27, 2008

Andiamo a Roma l'8 luglio? Eh, si!

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martedì, giugno 24, 2008

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lunedì, giugno 23, 2008



Una chicca per la pausa serale: un remix di Nude dei Radiohead.

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mercoledì, giugno 04, 2008



Guardo Fitzcarraldo e, affascinato da Klaus, mi dico sottovoce: "Vorrei spostare una nave tra le mie montagne...".

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martedì, giugno 03, 2008

Ricordando le band dell'adolescenza...e tanto per ricordare una questione tanto attuale:

Sepultura - Refuse/Resist

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giovedì, maggio 29, 2008

L'articolo di Remo Bodei in prima pagina sull'allegato della Domenica al Sole 24 ore sottolinea alcuni aspetti importanti su questo periodo. Certa è la gonfiatura mediatica che subiscono le notizie (ormai vittime anch'esse di continue strumentizzazioni politiche), ma i risultati sono opposti a quelli che un pizzico di spirito critico possono lasciare intendere. Campi nomadi alle fiamme, ronde punitive, dibattiti volutamente provocatori nelle sedi non idonee (come lo chiamate l'episodio della Sapienza?). Adesso si aggiunge, in ultima ora, la negazione dell'autorizzazione al Gay Pride per piazza San Giovanni. Sembra di asssitere al ripetersi di un moto già visto, eppure tutto questo non basta ad evitare di ricadere in quegli errori passati... La sinistra deomonizzata dal mass-media-impero ha dat i suoi frutti, e quel briciolo di sinistra assorbita dal centro (quel serbatoio di voti cattolici riversato a destra. Grazie ignoranza e paura dello straniero!) e quella sinistra che sperava di restare a sinistra si è sbriciolata nelle sue vezzose e civettuole capriole dialettiche. C'è una delusione di snistra che coglie l'uomo di sinistra, non importa di chi ha seguito la marionetta Tv e ha voluto credere, questa volta ancor più ingenuamente e ipocritamente, a falsità sempre più evidenti. Aleggia qualcosa di non troppo sereno, ma è solo un sentore vago... e speriamo che sia tale. Ci sentiamo presto, magari con qualcosa di meno frammentario.

postato da LipGloss 22:14 | commenti

sabato, maggio 10, 2008

Anche questa settimana un test dal mio caro XY: 

What Pulp Fiction Character Are You?

You are the king of smooth -- enough said.

Take the What Pulp Fiction Character Are You? quiz.

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lunedì, maggio 05, 2008

Lettera al Pastore Luigi Bettazzi sulla chiesa silente: i cattolici del dialogo e del dissenso
di Luciana Breggia


Gentile Luigi Bettazzi,
Ripensando ad un incontro tenutosi ad Albiano d’Ivrea (sul pensiero e la vita di Etty Hillesum, Simone Weil ed Edith Stein), al quale Lei ha assistito, ho pensato di inviarLe questa lettera, che ho inviato anche a Carlo Maria Martini e Dionigi Tettamanzi, considerandovi interlocutori che possano offrire un ascolto paziente e non fretta di definire attraverso regole astratte e le categorie rassicuranti del ‘dentro o fuori’.
Ho poi un bisogno particolare di scrivere a Lei, perché ho bisogno di chiedere a chi ha partecipato al Concilio Vaticano II perché siamo tornati così indietro.
Io credo di credere, per usare un’espressione di Vattimo, ma non è di questo che vorrei parlarLe.
Vorrei invece porLe alcune domande su questioni che mi stanno molto a cuore e riguardano scelte attuali di un percorso iniziato molti anni fa.
Perché Le scrivo?
Potrei prendere a prestito le parole con cui Simone Weil inizia la sua lettera a padre Couturier chiedendogli se le sue opinioni fossero compatibili o meno con l’appartenenza alla Chiesa.
Scrive Simone: "Quando leggo il catechismo del concilio di Trento, mi sembra di non aver nulla in comune con la religione che vi è esposta. Quando leggo il nuovo testamento, i mistici, la liturgia, quando vedo celebrare la messa, sento con una specie di certezza che questa fede è la mia, o più precisamente lo sarebbe senza la distanza che la mia imperfezione pone tra essa e me. E’ una situazione spirituale penosa. Io vorrei renderla non meno penosa, ma più chiara. Nella chiarezza qualsiasi pena è accettabile".
Ecco, è per questo che scrivo, perché cerco una chiarezza che mi sarebbe di sollievo.
La mia esperienza è quella di molti altri cattolici.
Nata da una famiglia cattolica, ho ricevuto un’educazione cattolica. Ho iniziato poi un cammino personale di ricerca spirituale, prendendo le distanze da una Chiesa che mi è apparsa troppo porporata e potente, lontana da chi ammoniva che Dio ha scelto ciò che è debole e stolto per confondere i forti e i sapienti.
Ho trovato invece nelle comunità della base un terreno favorevole al cammino.
La chiesa intesa come qahal, comunità che cammina nel deserto, mi ha dato spazio per la ricerca di senso, affrontare il silenzio di Dio, dare forma ai frammenti di un percorso alimentato anche da quelli offerti da altre vie, orientate nella stessa direzione.
Ho anche incontrato testimoni credibili, come certe straordinarie figure di prete.
Ho quindi creduto che, dal mio punto di vista, fosse possibile restare all’interno della Chiesa cattolica, pur in posizione decisamente dissenziente su tante questioni, al pari di tanti altri cattolici che, anche se stentano a riconoscersi nelle così dette posizioni ufficiali, alimentano quella chiesa profetica, popolo di Dio, che da sempre è vissuta a latere, testimone spesso silenziosa del messaggio evangelico.
Il distacco dei fedeli dalle gerarchie è silente, ma ormai profondo.
Gli ultimi tempi tuttavia mi sembra che impongano di dichiarare apertamente il dissenso: di fronte alle recenti posizioni assunte dalla Chiesa romana, dalle unioni di fatto alla messa in latino, ho sentito prepotente il bisogno di esigere che quelle posizioni non fossero fatte valere in nome della chiesa cattolica: la Cei, la Commissione per la congregazione della fede e il Papa non parlano in mio nome, in nostro nome.
Nessuno ci ha consultato, nessuno ci ha interpellato.
Nella lettera motu proprio Summorum Pontificum si fa leva sulla necessità di <<trasmettere l’integrità della fede>>.
Ma la fede non è un pacchetto di dogmi da trasmettere, la fede si vive nella ricerca, nel confronto con gli altri, nell’ascolto della Parola. L’integrità della fede pare una contraddizione: come se fosse qualcosa di rigido: di integro appunto.
Non è questione della lingua ma di riconoscere che la Chiesa cattolica deve parlare di Dio, come - ed anche con - le altre Chiese, ma non in nome di Dio.
La messa tridentina di Pio V contiene l’invocazione alla conversione degli ebrei, pietra sul cammino del dialogo ebraico-cristiano. E l’autorizzazione a pregare per ‘eretici e scismatici’, pugnalata all’ecumenismo promosso dal Concilio Vaticano II.
Il Papa riceve potenti e sorridenti capi di stato separati, ma esclude dai sacramenti e dall’accoglienza i separati e divorziati senza nome, che più degli altri avrebbero invece bisogno di affidare a Dio le ferite proprie e dei propri cari.
Il Papa volta le spalle ai fedeli nel celebrare la messa nella Cappella Sistina e si muove da abile politico nelle vicende mondane.
In piazza San Pietro si radunano fedeli e atei devoti a confortare ‘la solitudine del Papa’ e mi sembra un paradosso: di fronte a un uomo potente, circondato e tutelato da un apparato di ferro e da eleganti guardie svizzere stento a ritrovare la solitudine che invece mi pare avvolga i diseredati del mondo, i tredicimila milioni di bimbi che muoiono di fame, per fare un esempio.
Potrei farne mille di esempi, ma non servirebbe per quel che mi propongo.
Mi chiedo e Le chiedo: i cattolici che vivono la fede come percorso di conversione dei cuori, a cominciare dal proprio, non dovrebbero ora manifestare il diritto-dovere al dialogo e al dissenso, non solo rispetto alle altre religioni ma anche alla gerarchia cattolica?
Esistono dappertutto cenacoli dove si svolgono riflessioni lontanissime dalle ‘posizioni ufficiali’: se la Chiesa siamo noi, perché permettere che queste non rispecchino la ricchezza della ricerca?
Io credo che il dialogo dovrebbe svolgersi a partire dalla base, in luoghi privi di potere, che formino una rete di riflessioni e coinvolgano uomini e donne a titolo personale. L’ appartenenza dovrebbe essere solo un trampolino di lancio, senza che nessuno possa arrogarsi il privilegio di essere nel Vero.
Di cosa ha paura la Chiesa? Di quali errori?
Accanto ad una Chiesa Cattolica depositaria della dottrina di fede per evitare errori, esiste una chiesa che non ha nulla da trasmettere se non il senso di una ricerca faticosa, dove l’errore può essere fecondo come l’errare e non può essere lo spauracchio per imbrigliare le coscienze e tarpare il confronto.
E allora vengo alla domanda cruciale, ancora una volta invocando Simone Weil in aiuto. Simone sapeva che avrebbe pur trovato un prete disposto ad amministrarle un battesimo oscuro e ignorato, ma aveva bisogno di chiarezza: di fronte ai suoi dubbi e al disaccordo con l’insegnamento della Chiesa, voleva che vi fosse una presa di posizione pubblica e chiara.
Così ora io mi rendo conto che i cattolici dissenzienti come me possono contare su comunità e sacerdoti accoglienti e così, nel silenzio, continuare un faticoso cammino.
Per molto tempo, come dicevo, questo mi è stato sufficiente.
Ma ora il mio percorso mi pone due domande radicali.
Ho iniziato a chiedermi se questa forma di Chiesa Ufficiale, che mira ad ottenere consenso dietro il miraggio di una solida dottrina che dia apparente definizione ad ogni questione sull’essere, abbia ancora qualche funzione da svolgere nel campo spirituale.
Ma ancora più radicalmente mi sono chiesta se i tempi siano maturi per l’affermazione di quel cristianesimo senza religione di cui scriveva Dietrich Bonhoeffer nelle sue ultime lettere dal carcere. Forse davvero- ‘le parole antiche devono svigorirsi e ammutolire’.
La fine della centralità occidentale e l’incontro tra le culture non impone di riconoscere che Dio ha molti nomi anche se è Uno? In ebraico Elohim, Dio, è un termine plurale, espressione dell’unità e pluralità del divino. Adonai Elokenu, Adonai Ehad: il Signore è nostro Dio, il Signore è Uno. Dunque non un Dio Unico, ma un Dio Uno.
E’ vero, come scrive Balducci, che la caduta nella mondanità è un destino della fede profetica, così come è suo destino uscirne fuori, se necessario col sangue.
Ma lo stesso Balducci invitava a chiederci senza scandalo se, nell’età post moderna, si sia sciolto il nesso tra evento cristiano e religione.
E allora mi chiedo se non occorra avere più coraggio: pretendere la rinuncia da parte della Chiesa Ufficiale ai privilegi e ai diritti che ha conquistato durante la storia; chiedere che la Chiesa sia intesa come comunità in cammino insieme a tante altre Chiese e anime; rivendicare il primato della testimonianza e della scelta dei poveri e degli ultimi. Escludere ogni ingerenza in ossequio all’insegnamento di Cristo:date a Cesare quel che è di Cesare; rivendicare la fecondità del dubbio e della ricerca contro l’indottrinamento e l’omologazione eterodiretta delle coscienze.
Non penso a sincretismi religiosi né rinnego l’importanza delle radici, della propria tradizione: credo fermamente però che l’identità, la patria, la religione debbano servire a formare uomini e donne capaci di incontrarsi con identità diverse, capaci di concepire il mondo come patria comune e di accogliere l’idea che ogni ricerca religiosa ha il suo frammento di luce.
Le chiese allora, compresa quella cattolica, dovrebbero divenire semplici ostelli per cercatori di Dio.
Per quel che mi concerne potrei lasciare silenziosamente questa Chiesa potente e imperiale in cui non mi riconosco e in cui non riesco a riconoscere il volto del Cristo, che si è svuotato dell’onnipotenza per farsi umano fino alla morte.
Ma mi chiedo se non sia possibile o doveroso cercare di dar voce allo scisma silente dei cattolici. Avviare un dialogo non intorbidato dalla paura o da rigidità preconcette.
Vorrei sapere che ne pensa e Le sarei davvero grata di una risposta.

(Tratto da MICROMEGA)

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venerdì, maggio 02, 2008

Un pò di test (da X-Y)


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mercoledì, aprile 16, 2008

Dispute fra santità e idolatria
Padre Pio, il feticcio del corpo
«Le reliquie non servono alla fede: si crede con il cuore e la ragione»


L' Associazione Pro Padre Pio L'uomo della sofferenza ha denunciato nei mesi scorsi, tramite il suo presidente avvocato Francesco Traversi, il vescovo di San Giovanni Rotondo, monsignor Domenico D'Ambrosio, e altri due religiosi, per aver violato il sepolcro di Padre Pio e vilipeso il suo cadavere, cosa che costituisce un reato specifico contemplato nel Codice penale.

Si tratta, come è noto, della riesumazione delle sue spoglie dalla cripta del vecchio santuario della Madonna delle Grazie a San Giovanni Rotondo, avvenuta nella notte fra il 2 e il 3 marzo scorso; spoglie che, dopo un adeguato trattamento, saranno esposte a partire dal prossimo 24 aprile ai fedeli, che stanno annunciando in massa la loro presenza (già più di settecentomila). Nell'iniziale diffida dell'avvocato Traversi, l'Associazione invitava a non «profanare il corpo santo di Padre Pio», in nome della sua «semplicità e umiltà» e del suo desiderio ripetutamente espresso «di non essere riesumato né tantomeno (...) traslato», e aggiungeva: «La Sua salma non deve essere sottoposta ad alcuna esposizione per vanità degli uomini».

L'autorità giudiziaria ha respinto tale richiesta, in quanto «nessuno può far valere nel processo in nome proprio un diritto altrui», come ha dichiarato il magistrato, ed è «la Chiesa cattolica, e per essa i suoi rappresentanti istituzionali, l'organismo portatore di interessi dei fedeli stessi». A parte le inoppugnabili ragioni dell'autorità giudiziaria, ci si può chiedere se non ci sia qualcosa di ragionevole nello sdegno di quei fedeli. La polemica non ha nulla a che vedere con le recenti discussioni né con i pesanti dubbi sulla figura di Padre Pio sollevati dal libro di Sergio Luzzatto e da altri. È tutta interna al mondo dei suoi appassionati devoti. Gli uni preferiscono pregare sulla sua tomba, lasciandolo riposare e decomporsi in pace sino alla resurrezione promessa dalla fede. Gli altri vogliono esibire e rispettivamente frugare con gli occhi ciò che rimane fisicamente di lui e che non è più lui, o quantomeno non è tutto lui, ma solo la sua spoglia, cristianamente peritura sino alla fine dei tempi; una parte di ciò che fu ed è Padre Pio, la sua tibia, il suo teschio o i suoi tegumenti, non la sua persona nella cristiana unità di anima e corpo.

Il disaccordo non riguarda solo il suo caso, bensì ognuno, santo o non santo; anche santi di indiscussa e certo ben più universale statura, San Paolo o San Francesco, di cui veneriamo la grandezza, il senso della vita e la loro presenza nella mente e nel cuore, a prescindere dal fatto che il tempo e l'umidità ne abbiano più o meno corroso e dissolto gli arti, il volto, le ossa, la pelle o le mucose. È dallo stato fisico di conservazione di un cadavere che si può dedurre la spiritualità più o meno alta di una persona? Dovremmo venerare più o meno una martire a seconda che le sue gote siano o no ancora rosee nell'eterno riposo, o a seconda che le sue mani sembrino o no «appena trattate da una manicure», come ha detto con un linguaggio sconcertante il vescovo di San Giovanni Rotondo a proposito del cadavere riesumato di Padre Pio? Questa idolatria feticista oltraggia il grande, sacro senso che il cattolicesimo ha dell'uomo e del corpo. Esso insegna la pietas, il rispetto e l'amore per la carne nell'unità individuale di anima e corpo; carne di due persone che si amano e che diventa una, corpo cui la fede promette addirittura una resurrezione gloriosa — «la vesta ch'al gran dì sarà sì chiara», dice Dante. Corpo che va amato, rispettato e goduto e che il feticismo superstizioso della macabra esibizione di qualche suo arto, più o meno putrefatto o conservato, profana non meno del feticismo erotico che si accende per un piede o un seno e non per una persona.

L'Associazione Pro Padre Pio, che parla di «atti sacrileghi », gli rende più onore di chi si esalta per gli olezzi di rose, violette e gigli che si sarebbero sparsi dalle piaghe di un santo non solo seriamente messo in discussione da alcuni critici, ma ora anche degradato a santone da suoi improvvidi seguaci. Su questa strada, si arriva all'aberrante richiesta del vescovo polacco Tadeusz Pieronek di estrarre il cuore dal cadavere di Giovanni Paolo II per conservarlo in Polonia, indecente stortura che fa venire in mente la fiaba di Biancaneve e la cattiva regina che vuol farle strappare il cuore. Naturalmente si può obiettare che esiste una religione popolare, la quale si esprime diversamente da quella delle persone intellettualmente più consapevoli e da quella della gerarchia ecclesiastica, affidandosi allo slancio del cuore. Questo è vero e sta scritto che il Signore confonderà la sapienza dei dotti e si rivelerà piuttosto ai cuori semplici. Pure questa verità, peraltro, diventa facilmente vuota retorica; tutti, anche i più intellettualmente sofisticati, ostentano candore dell'anima, dichiarano di essere ingenui e di non capire, ma di avere profondi sentimenti, come se cuore e ragione si escludessero a vicenda. Nessuno negherà un grande cuore a Cristo, ma l'attuale pontefice giustamente si preoccupa di sottolineare che egli è Logos, ragione indissolubile dal cuore. La religiosità popolare ha certamente «le sue dimensioni interiori e i suoi valori innegabili », come diceva Paolo VI; emozioni collettive che esprimono una fede nel mistero e un bisogno di sicurezza.

Essa va valorizzata nelle sue espressioni giuste ma «purificata dagli elementi negativi » e «aiutata a superare i suoi rischi di deviazione » (Paolo VI). Questa religione popolare del cuore ha tante legittime espressioni, ben diverse dalla paccottiglia magica e superstiziosa. Si può, ad esempio, recitare il rosario o le litanie della Madonna o anche accostarsi ai sacramenti con maggiore o minore consapevolezza, ma con altrettanta autenticità; dire una preghiera non è necessariamente meno significativo che scrivere un trattato di teologia. Ma un'Avemaria, detta anche senza conoscere il significato esatto di tutte le parole — magari storpiate, come accadeva con le preghiere in latino — e con semplice abbandono del cuore è altra cosa dal fanatismo deviato di un esaltato devoto che, molti anni fa, mi parlava con orgoglio della processione della Vergine del suo paese, bellissima, diceva, mentre quella del paese vicino, precisava, sembrava un ubriacone ed aggiungeva che ogni tanto i seguaci delle due Madonne si prendevano a botte. Gesù si adira con chi ha bisogno di miracoli per aver fede. In ogni caso, anche chi crede ai miracoli farebbe bene, come il padre Brown del cattolicissimo Chesterton, a non vederne troppo facilmente dappertutto; a sapere che il mistero — per il credente, pure il mistero di Dio — è quello della vita, nascere amare dubitare credere perdere illudersi osare morire, non gli effetti speciali delle Madonne di gesso che piangono. Che i morti seppelliscano i loro morti, ha detto Gesù, non che li riesumino e li mettano in mostra.

Claudio Magris (Da Corriere.it)

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martedì, aprile 15, 2008

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venerdì, aprile 11, 2008

Visto che alle 24 si inizia a tacere, allego un paio di link ad articoli interessanti:

da Economist

"Return of jester"

"A leopard, spots unchanged"

da Der Spiegel

"Berlusconi ist eine wandelnde Leiche"

da Le Monde

"La surenchère de promesses de cadeaux fiscaux a dominé la campagne italienne"

"Législatives : soupçons de fraude dans le vote des Italiens de l'étranger"

da Herald Tribune

"Italian faces post-election stalemate"

da The Times

"Berlusconi own goal over Totti slurl, as rival gets Clooney's backing"

da BBC News

"Italy rivals in final poll rush"

da Financial Times

"Suits and shades at the ready"

da The Guardian

"Berlusconi pleads for big election majority"

ed infine da Telegraph

"Silvio Berlusconi: Only 'retards' would vote for Italy's left"

 

Si potrebbe continuare ancora per ore nel collezionare tutte le testate di ogni singolo stato, ma meglio lasciare spazio a questi brevi articoli che illustrano ampiamente che se ne pensa al di là dei confini nazionali.

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La campagna elettorale di Berlusconi tutta giocata sulla fatica di correre ancora una volta per la presidenza del Consiglio

E il Cavaliere scivola su Totti "Appoggia Rutelli, fuori di testa"

di CURZIO MALTESE


<B>E il Cavaliere scivola su Totti<br>"Appoggia Rutelli, fuori di testa"</B>IL QUINTO Berlusconi ha chiuso con un finale alla Dorando Petri. In linea con una campagna elettorale che non aveva molta voglia di fare e che ha fatto senza voglia né sogni né miracoli e alla fine anche senza voce. E' arrivato all'ultimo traguardo del Colosseo trafelato, reduce dagli studi di Porta a Porta e dal restauro del trucco, con un'ora di ritardo sulla tabella di marcia, inciampando fra i cavi e le parole.

Ad aspettarlo poche migliaia di persone. Ha subito congedato il principale alleato Fini come fosse un riempitivo ("Ringrazio Gianfranco per avervi tenuti occupati per più di un'ora") e in capo a due minuti aveva già smarrito il discorso ("Ho perso il filo, che cosa stavo dicendo?"). Poi è andato di repertorio, ma soprattutto ha fatto una lunga cronaca della puntata da Vespa appena registrata, vantandosi molto di aver "sbugiardato" per ore il Veltroni della sera precedente.

In pratica si è gloriato d'aver sfruttato in maniera piuttosto ignobile, per quanto efficace, il vantaggio di aver parlato per ultimo, grazie al sorteggio pilotato delle tv. La cosa però alla sua gente è piaciuta parecchio. Nella demonizzazione dell'avversario, che rimane la specialità del Cavaliere, è stato anche brillante, a tratti spiritoso. Il picco esilarante del comizio conclusivo è stato tuttavia un altro, involontario. Quando un Berlusconi al colmo della felicità ha comunicato con un crescendo della (poca) voce la notizia bomba del probabile arrivo di Ronaldinho al Milan. A una folla di romanisti e laziali, muta, perplessa, con una salve di fischi, oltre l'appartenenza politica.

E' la prima volta, in quindici anni, che capitava di vedere Berlusconi fischiato dai suoi fans. E chissà cosa hanno pensato i tifosi romanisti quando poco dopo ha attaccato il loro idolo, il capitano della Roma, Francesco Totti. "Se per la corsa al Campidoglio appoggia Rutelli non ci sta con la testa. Quando uno non ci sta, non ci sta". Apriti cielo, stupore tra i militanti che se ne stavano andando mentre la notizia, attraverso le radio private, faceva subito il giro della città.

L'attacco a Veltroni costituiva almeno la parte nuova, fresca, del discorso berlusconiano, poi scivolato nella seconda parte su slogan ormai logori, vecchie storie di comunismo, il Ponte sullo Stretto, le tre "i", l'abolizione dell'Ici, insomma il riassunto delle puntate precedenti. Tanto che alle prime timide gocce dal cielo, lo stesso popol suo ha cominciato a urlargli: "Silvio, piove!". E lui, allargando le braccia: "Eh, ho capito che piove. Cosa devo fare? Cantare la canzone di Modugno? Se avete pazienza, ora finisco". E ha finito per davvero con un vecchio numero, chiamando sul palco "una bella tosa", Alessandra Mussolini. Questo di tanta speme oggi gli resta.

Tutta la quinta campagna di Berlusconi è vissuta su questo esibire la fatica, quasi il dolore di dover ancora correre per Palazzo Chigi: il "sacrificio", la "grave responsabilità sulle spalle". E' vero che l'ha sempre detto, fin dalla discesa in campo ("Ho deciso di bere l'amaro calice"), ma col sorriso sulle labbra. Stavolta il Cavaliere ha invece la faccia di chi ci crede davvero.

Non stiamo a far questioni sull'implicita offesa arrecata al popolo italiano da un candidato premier che, al posto di essere onorato, si sente avviato a una condanna. Non è il nostro un paese da cogliere tali sfumature. Per una volta vale la pena di considerare piuttosto il suo punto di vista. Da lunedì sera, se si inverano i sondaggi, Berlusconi potrà contare su una maggioranza solida alla Camera e assai incerta, forse addirittura inesistente, al Senato. Da martedì dunque dovrà trovare un cassetto per il programma elettorale e cominciare a trattare con chiunque, dalla Mussolini a Calderoli, per fare qualsiasi cosa.

Al primo consiglio dei ministri dovrà rivelare che non esiste nessuna cordata per Alitalia, nominare un commissario fallimentare e raccontare qualcosa di molto convincente a ventimila persone senza più un posto di lavoro. Lo scenario dell'economia nazionale per i prossimi anni è assai fosco. Il fondo monetario internazionale prevede crescita zero per l'Italia nel quinquennio. Altre fonti autorevoli parlano già di recessione. L'Economist da settimane segnala il rischio che le grandi agenzie di rating declassino il debito pubblico italiano. Un genere di decisione che viene preso una mattina in due salotti della finanza internazionale, dove la considerazione per Berlusconi è zero, e si traduce dal giorno dopo in una strage sociale.

In queste condizioni o arriva una mano santa da sinistra per salvarlo con un qualche inciucio, da giustificare con estrema attenzione, oppure si schiude davvero una specie di "via crucis" per l'inquilino di Palazzo Chigi. Non è una prospettiva esaltante. Per la verità, lo è ancora meno per gli altri sessanta milioni d'italiani. Ma si spera per l'epoca d'essere tutti noi talmente rimbecilliti dalle televisioni da non farvi più caso.

Chi potrà aiutare il settantaduenne premier? Se Berlusconi si guarda intorno, raccoglie davvero poca roba. Le ottocentesche ricette di Tremonti sui dazi doganali. Il federalismo fiscale della Lega, che significa la secessione applicata in economia. Ma la Lega neppure è venuta al comizio conclusivo al Colosseo, ripugnante (per i leghisti) simbolo di romanità. Sul palco Berlusconi ha accanto solo un Fini ormai spento, reduce da una mesta campagna elettorale, tutta vissuta all'ombra dei fratelli maggiori, Berlusconi e Bossi. E' un leader con un grande futuro alle spalle, ormai rassegnato al ruolo di delfino, da giovane di Almirante e ora, cinquantenne, delfino a vita di Berlusconi. Aveva forse i numeri per diventare lo "Chirac italiano" ma non ne ha avuto il coraggio, la forza, l'autonomia.

Intorno a sé, Berlusconi ha giusto il suo popolo, i milioni d'italiani che lo voteranno comunque, perché ancora s'aspettano un miracolo, un colpo di genio o di bacchetta. Perfino quando è lui stesso ad ammettere che miracoli non se ne potranno fare e la bacchetta magica non ce l'ha. Prigioniero alla fine, Berlusconi, di un pezzo d'Italia che gli ha sempre creduto quando raccontava belle bugie e non gli crede l'unica volta in cui rivela una scomoda verità.

(Repubblica.it 11 aprile 2008

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giovedì, aprile 10, 2008

Verso la discendente

Oggi 10/3/208 alle 16,31 al telefono un messaggio registrato mi invitava a votare Il signor PierFerdinando.. e come quei messaggi registrati fin quando non finiscono ti occupano la linea. Un presentimento per il futuro troppo prossimo?

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domenica, marzo 30, 2008

Pur non condividendo da tempo la linea giornalistico-sensazionalistica del "Corriere della Sera", non posso non segnalarvi questa notizia in merito ad una questione quantomai assurda (ma assai rivelatrice di questi tempi sempre meno "illuminati"):

Esposto contro l’acceleratore di particelle di Ginevra. Deciderà un giudice delle Hawaii

Il Cern finisce in tribunale
«Può distruggere la Terra»

L’accusa: il buco nero creato dagli esperimenti inghiottirà l’intero pianeta. Gli esperti: ipotesi infondate

MILANO — Il più grande e più costoso acceleratore del mondo costruito al Cern di Ginevra per decifrare la natura dell’Universo potrebbe non entrare in funzione nei mesi prossimi come stabilito per uno strano caso giudiziario nato, addirittura, alle Hawaii. Qui, due signori, Walter L.Wagner e Luis Sancho, hanno presentato un ricorso contro la supermacchina europea sostenendo che gli esperimenti immaginati «potrebbero creare un buco nero capace di mangiarsi la Terra e forse l’intero Universo». L’accusa è pesante. La Federal District Court di Honolulu, che non poteva ignorare l’esposto, ha avviato il 21 marzo il procedimento fissando un primo incontro con le parti il 16 giugno prossimo.

Uno dei due protagonisti, Wagner, ha un passato da fisico all’Università di California, ma laureatosi poi in legge ha preferito la vita tra i codici. Il personaggio è già noto alle cronache fisico-giudiziarie avendo intentato la stessa causa nel 1999 ad una macchina americana dei Bookhaven National Laboratory impegnata in ricerche analoghe ma ad energia più bassa. Di Luis Sancho, invece, si sa quel poco riferito da Wagner e cioè che studia la teoria del tempo e che vive in Spagna, forse a Barcellona. L’accensione imminente del Large Hadron Collider (Lhc) ginevrino costato 5 miliardi di euro ha offerto dunque all’americano l’opportunità di estendere la sua azione contraria a questo genere di studi in base ad un principio di grave pericolosità. Egli sostiene che gli scienziati non hanno indagato a sufficienza le conseguenze del loro futuro lavoro.

Il portavoce del Cern precisa che il tribunale di Honolulu non ha alcun potere per interdire le attività in Europa e che comunque già due indagini hanno dimostrato la sicurezza delle ricerche. Inoltre, per togliere ogni possibile dubbio residuo, una terza è in corso e sta per essere completata e sarà discussa il prossimo 6 aprile. Ma Wagner non si preoccupa delle affermazioni provenienti dalla Svizzera e si dice sicuro questa volta di arrivare ad un risultato. «Perché — spiega—al progetto collaborano anche il Fermi National Accelerator Laboratory e l’Energy Department americani fornendo dei magneti superconduttori. Quindi su di loro il tribunale federale può far sentire la sua azione bloccando di conseguenza la grande macchina». Egli chiede che il giudice ordini l’interruzione delle operazioni di accensione fino a che gli scienziati non produrranno un rapporto definitivo e dettagliato sulla sicurezza che a suo avviso «ancora non esiste».

«Il Large Hadron Collider riproduce delle reazioni analoghe a quelle che accadono centomila volte al giorno in modo naturale quando i raggi cosmici piovono sull’atmosfera e mai nessun buco nero si è creato », ha dichiarato al New York Times Nima Arkani-Hamed dell’Institute for Advanced Study di Princeton. «È un’accusa infondata quella della possibile apocalisse scatenata dal nuovo acceleratore perché priva di dimostrazioni attendibili», nota Roberto Petronzio, direttore dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare. Seicento fisici italiani dell’Istituto hanno partecipato alla costruzione dell’Lhc e ora saranno impegnati nelle ricerche. Negli Stati Uniti la guerra alla scienza e la fede nell’irrazionale, come dimostrano anche i nemici di Darwin, spesso finiscono davanti al giudice.

Giovanni Caprara

(tratto da corriere.it)

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venerdì, marzo 28, 2008

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Tir licenza di uccidere

di Fabrizio Gatti

Autisti costretti dalle aziende a guidare per giorni senza dormire. Guidatori che si tengono su con la cocaina. E nessun rispetto delle leggi. Ecco il diario di due settimane sugli autotreni

 
Scendiamo nella notte con il rimorchio che rimbalza sulle buche. Oltre il grande parabrezza, la superstrada sembra più stretta. Un camion bomba, ecco cos'è questo trasporto di scatoloni, pacchi e pacchettini da consegnare a Roma da parte di una famosa società di posta privata. Non serve diventare terroristi per fare una strage. Undici tonnellate di motrice, nove di rimorchio e quindici di merce sotto il telone sono un ordigno: trentacinque tonnellate in discesa a cento all'ora non le ferma nessuno. Basterebbe una coda invisibile dietro la prossima curva. Oppure una macchina in sosta a destra per un guasto. Lungo la E45 che da Cesena porta a sud non c'è nemmeno la corsia d'emergenza. Le crepe e i rattoppi nell'asfalto sarebbero la vergogna di qualunque amministrazione in Europa, ma non in Italia.

Il Tir sussulta e sfiora i guard-rail a destra e a sinistra come dentro una pista per bob. A cento all'ora si percorrono 27,8 metri ogni secondo: la lunghezza esatta di sette Fiat Punto messe in fila. Trentacinque tonnellate in un secondo e bum, sette auto e le vite a bordo disintegrate. Eppure il limite su tutta la superstrada è 70 all'ora. Luca, l'autista, 38 anni e tre ore di sonno in due notti e un giorno di lavoro senza sosta, non prova nemmeno a frenare. Appaiono due autotreni che a loro volta corrono a più di 90 orari. Luca prende la mira tra il paraurti del primo rimorchio che si avvicina e lo spartitraffico. Si butta dentro con la testa che gli ciondola più per la stanchezza che per i sobbalzi. Poco fa, in un altro sorpasso millimetrico, è andato così vicino all'altro camion che all'autista brillavano le otturazioni d'oro, lucidate dai fari riflessi dentro gli specchi retrovisori.

Nessuno rallenta. Nessuno cede il passo.
Il mondo dei trasporti su strada in Italia è ormai una corrida . Una corsa senza scrupoli che riguarda l'85 per cento delle merci che produciamo, vendiamo, compriamo, consumiamo. Cioè l'85 per cento della nostra economia. E se continua così sarà guerra. Altri scioperi, blocchi stradali, barricate. Si comincia il 21 aprile con l'annunciata protesta degli autisti di bisarche, i camion che trasportano auto. Perché la resistenza fisica di dipendenti e padroncini è al collasso. I camionisti assunti dalle ditte che lavorano in conto terzi devono correre il più possibile o vengono licenziati. I padroncini che guidano il proprio camion devono adeguarsi o perdono i contratti. Qualcuno per non addormentarsi alla guida ha cominciato a sniffare cocaina. Altri, per salvarsi, sono fuggiti a lavorare in Francia. Molte attività sono scomparse: undicimila ditte di trasporto nel 2007 hanno chiuso. Gli orari di guida, i cronotachigrafi, i tempi di riposo riguardano norme europee da rispettare soltanto all'estero. Una volta rientrati in Italia è un tutti contro tutti. L'aumento del costo del gasolio c'entra solo in parte. Perché la deregulation che sta riempiendo strade e autostrade di camion bomba comincia prima della corsa del petrolio.

Parte dall'illegalità diffusa, dall'evasione di fisco e contributi previdenziali, dalla concorrenza sleale di imprenditori che costringono i dipendenti a ritmi massacranti con metodi da criminalità organizzata, anche perché a volte ne fanno parte. Uno sfruttamento che sale soprattutto dalle richieste sempre più frenetiche dei committenti: le grandi catene di distribuzione, i centri commerciali, la produzione industriale in tempo reale che non fa più scorte di magazzino.

Per mantenere i guadagni, molte aziende di trasporto del nord e della Toscana si sono adattate. Hanno aperto sedi nell'Europa dell'est. Hanno licenziato gli autisti italiani e li hanno sostituiti con colleghi slovacchi, polacchi e romeni. Li pagano al massimo 700-900 euro al mese contro una base contrattuale italiana di 1400 più le trasferte. Qualcuno prende anche meno. E se vivono sul camion, trattengono loro 150 euro dallo stipendio per l'affitto della cuccetta come casa. L'ultima frontiera sono i moldavi: cinque giorni di lavoro dichiarati in busta paga anche se guidano tutto il mese, 35 euro al giorno in nero. Trasferta, vitto e spese compresi. E poi gli stranieri hanno il vantaggio della patente estera: se vengono sorpresi dalla polizia a commettere irregolarità gravi, non perdono punti e non rischiano di rimanere a piedi.

È già successo nell'edilizia, nell'agricoltura, nella cantieristica di Stato con l'introduzione di manodopera non qualificata e sottopagata. Schiavi moderni: in un Paese senza legalità vincono i più furbi o quelli che accettano le regole e non protestano. Solo così pesce e verdura arrivano in 24 ore ai banchi di vendita e a prezzi abbordabili, le fabbriche vengono rifornite in tempo di materie prime, gli scaffali dei supermercati restano pieni. Alla fine, in cima alla filiera ci siamo sempre noi: i consumatori. Ma il prezzo da pagare è un conto macchiato di sangue che può essere presentato in qualunque momento. Perché in città o in autostrada può capitare a tutti di incrociare la roulette russa di un autista troppo stanco per sopravvivere alla sfida.

Ecco il resoconto di due settimane in cabina di guida. Da Reggio Calabria a Parigi. Dall'Italia alla Francia. Dalla pirateria economica al rigoroso rispetto delle regole. E ritorno. Alcuni camionisti, per non essere licenziati, hanno chiesto l'anonimato. Per questo non vengono rivelati i nomi delle aziende per cui lavorano. Quelli come Luca, l'autista che stanotte sta guidando verso Roma, hanno deciso di stare al gioco. Sono pagati a cottimo: 250 euro a viaggio. Più viaggiano, più guadagnano. Tre viaggi a settimana da sud a nord rendono tremila euro al mese. "In busta ti danno 1.700 euro, il resto in nero". Stasera non ha nemmeno cenato. Luca non cena mai. "Non ci fermeremo", avverte, "cenare mi fa venire sonnolenza". Si viaggia senza riscaldamento, mentre fuori la temperatura è vicina allo zero: "Fa freddo, sì, ma se accendo l'aria calda mi viene sonno". Anche a pranzo ha mangiato pochissimo. Mezzo piatto di penne al pomodoro e una bottiglietta di acqua naturale. È finita l'epoca della trattoria del camionista, la garanzia di un pasto dignitoso e a buon mercato. Non c'è tempo per una sosta. Stanotte non ci si ferma nemmeno per andare in bagno.

Fare pipì è diventato un lusso che un autista non si può permettere. Soprattutto nei viaggi lunghi che trasportano primizie ai mercati all'ingrosso del nord. "Per ogni sosta se ne vanno almeno quindici minuti", racconta Roberto, 44 anni, dipendente di una ditta campana che consegna verdura siciliana a Bologna, Milano e Torino: "Rallenti, cerchi posto all'autogrill, parcheggi, riparti. A Milano se ti presenti ai mercati generali dopo la mezzanotte non ti fanno nemmeno scaricare. Allora la pipì te la tieni. Oppure ti arrangi. C'è chi la fa dentro una bottiglia. Senza fermarsi, ovvio. Io mi porto sempre una bottiglia vuota, quelle da latte con l'imboccatura larga. Meglio così che perdere il lavoro".

E le soste obbligatorie? Le direttive europee prevedono 45 minuti di riposo ogni quattro ore e mezzo di guida, un massimo di nove o dieci ore al giorno, mai più di 47 a settimana o 90 ore ogni due settimane. Il viaggio di Luca dura dalle 21.30 di ieri sera. Si parte di domenica da Salerno con il camion blu della ditta per la quale lavora da qualche anno. Luca rivedrà sua moglie e suo figlio piccolo sabato, dopo una settimana in giro per l'Italia. Ci si ferma a Perugia che siamo già fuorilegge: 5 ore e 20 minuti di guida. Quasi sempre a 90 all'ora, 20 chilometri più del limite. Finalmente si dorme. Le sveglie di due telefonini puntate sulle 5: "Con una, rischio di non sentirla". Due ore di sonno. Si riparte senza nemmeno scendere dal camion. La faccia di Luca è stravolta. Si vede che è in crisi. Dietro le lenti rotonde degli occhialini da vista le palpebre continuano a ondeggiare. Alle 6.33 sosta di 9 minuti all'autogrill per un caffè, una brioche e una rapida toilette. Nove minuti non contano come riposo. "Sì, è vero, ero in crisi", ammette più tardi, "il risveglio è il momento peggiore per me. Anni fa ho avuto un colpo di sonno sull'Autosole. Con camion e rimorchio sono salito su un terrapieno di cemento armato. Mi ricordo tutto ma ero come un robot, continuavo ad andare". Superata Cesena, anche in autostrada la velocità è sempre sopra il limite di 80. "Il camion è programmato a 90 all'ora. Se la polizia ci ferma, fanno la multa minima per eccesso di velocità: 72 euro e non ti tolgono punti. Dieci chilometri in più sono sempre minuti risparmiati. Solo in discesa, con il peso del carico, si riesce ad andare più forte".

Bisogna arrivare prima degli altri. Scaricare prima degli altri. E ripartire prima degli altri. Alle 8.30 raggiungiamo la prima destinazione di scarico. Tolte le due ore di sonno, fanno già nove ore di guida: "Ci è andata bene oggi", spiega, "perché se fossimo andati a Milano avremmo dovuto aggiungere altre due ore e mezzo di viaggio". A questo punto Luca dovrebbe fermarsi per nove ore di riposo obbligatorio. Invece la sua giornata è solo all'inizio. La sua ditta lo obbliga a lavorare come facchino. E per un'ora deve scaricare il camion. Si riparte alle 9.40 per un'altra ora e mezzo di guida tra le campagne dell'Emilia. Ormai completamente fuorilegge. Ed è appena la mattina di lunedì. La giornata passa attraccati all'hangar di uno spedizioniere in provincia di Bologna. Il camion va ricaricato di 'collettame', pacchi e scatoloni da portare a sud. Luca deve lavorare sul rimorchio, provvedere alla spiombatura e piombatura e rimanere a disposizione dei piazzalisti.

I tempi di scarico e carico sono un incubo per gli autisti. Franco Feniello ha appena fondato l'
associazione Italia truck per raccogliere le proteste dei colleghi che non si sentono difesi dai sindacati ufficiali. "Non riusciamo a farci rappresentare come i colleghi francesi", dice, "e quando protestiamo la gente ci è contro. Vogliamo che la nostra attività sia riconosciuta come lavoro usurante. Non possiamo guidare a questi ritmi fino a 65 anni". Il record nazionale di ore di guida è di un iscritto dell'associazione, 54 anni, autista dipendente di una società che rifornisce di materia prima le vetrerie di mezza Italia. "Dal 10 al 15 marzo", racconta, "ho percorso 4.600 chilometri suddivisi in tre viaggi per un totale di 107 ore di guida. In sei giorni ho quasi finito il monte ore di tutto il mese. Questo per 1.400 euro comprese le trasferte". Una media di 18 ore di guida al giorno. Feniello mostra una bolla di accompagnamento su carta intestata dell'Auchan di Rescaldina, un deposito alle porte di Milano della catena francese. C'è scritto: "Si rifiuta la merce perché l'autista non scarica". "Questo è quanto pretende la grande distribuzione", protesta il fondatore di Italia truck, "dopo 12 ore di viaggio vogliono che diventiamo i loro facchini. Quel tempo dovrebbe servire al nostro riposo". Un altro esempio è la catena tedesca Lidl: "I camion tedeschi non appena arrivano avvertono la loro ditta via fax", spiega Franco Feniello, "perché superate le quattro ore di attesa i tedeschi si fanno rimborsare il fermo del camion. Noi invece dobbiamo aspettare anche sei ore e gratis prima di scaricare".

Gli autisti che sniffavano per rimanere svegli sono stati scoperti durante un'indagine su un traffico di cocaina a Nocera Inferiore, in Campania. È al sud che i camionisti che tentano di migliorare le proprie condizioni di lavoro vengono ripagati con ritorsioni. Ai carabinieri della Regione Campania sono arrivati gli esposti di dipendenti contro i loro principali. Un autista che protestava per le ore di lavoro non pagate è stato licenziato con le minacce: "Ti faccio uccidere in casa", è scritto nella denuncia.

Al nord si usano metodi più subdoli. Come il caso della ditta di Bologna che obbliga i suoi autisti a trasportare merci pericolose senza abilitazione, in autostrada fino a Torino: "Trasportiamo bidoni di olio per motore, cartucce da sparo nascosti sotto i teloni", rivela un autista: "Per pagare meno l'autostrada, ci fanno agganciare rimorchi a due assi invece di tre che quasi si piegano sotto il peso. Se mi ferma la polizia, mi arresta. Per 1.500 euro al mese. Il capo me l'ha già detto: se hai paura, vai via. Ne trova altri come me". Qualcuno è proprio scappato dall'Italia. Pietro Spataro, 45 anni, di Torino, da oltre un anno lavora per una ditta francese. Viaggia con il suo computer in cabina e nelle soste serali ha il tempo di aggiornare il blog della sua associazione (unionecamionisti.com)."In Francia se sgarri su ore e velocità", spiega, "è la tua ditta a licenziarti. Perché le multe non le pagano gli autisti, ma i trasportatori e i committenti". A Lione si ricordano ancora quando nel piazzale di un'azienda che produce parti per auto sportive arrivò un camion carico di alluminio da Avellino. Il trasportatore italiano aveva deciso di mettere il carico di due Tir su un unico rimorchio. Un sovraccarico di qualche tonnellata rispetto al massimo previsto. Quel giorno l'autista era convinto di poter presentare le due bolle di accompagnamento senza problemi. Invece prima gli hanno chiesto dove fosse il secondo camion. Poi non lo hanno nemmeno lasciato scaricare. Hanno chiamato la gendarmeria. E tra trasportatore e autista si sono presi 8mila euro di multa.

Dopo 19 ore continue di lavoro, due ore di sonno nella notte e un'ora nel pomeriggio, Luca porta il suo camion al secondo piazzale di carico a Bologna. Ci lasciano ripartire alle dieci di sera. Con due fogli di viaggio. Da uno risulta una partenza alle 18.50 e l'arrivo obbligatorio a Roma entro le 3 di notte. Nell'altro la partenza alle 21.20 e l'arrivo sempre alle 3 di notte. Ovviamente alla polizia andrebbe consegnato il primo. Perché il secondo richiederebbe una media lungo l'autostrada A14, la superstrada E45 e le strade provinciali di oltre 79 chilometri all'ora. Ma sono già le dieci di sera e restano soltanto cinque ore per percorrere i 436 chilometri Bologna-Roma via Perugia, con un peso complessivo di 35 tonnellate. Luca firma e compila il nuovo disco del cronotachigrafo. Quello appena chiuso viene nascosto. In caso di controlli dirà che l'ha perso, come ogni ditta insegna ai suoi autisti. La polizia italiana non è severa come quella francese. E nessun agente ha voglia di perquisire un camion per tutta la notte. Sono infiniti i trucchi per cancellare le ore di guida. Dall'amico fantasma: il secondo autista che non c'è, mentre quello alla guida risulta a riposo. Ai fogli di ferie: così sembra che l'autista abbia cominciato il viaggio a metà percorso. Ma anche stanotte Luca non ha bisogno di stratagemmi. Non ci sono controlli. Entriamo nel piazzale di scarico a Roma alle 3.07, sette minuti appena di ritardo. Alla media di 87 chilometri all'ora. "Visto che ce l'abbiamo fatta?", esclama. Alle 6.32 si riparte per Milano. È solo l'inizio di un'altra giornata.
(27 marzo 2008)
(Tratto dal sito dell' Espresso)

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martedì, marzo 18, 2008

MSF pubblica il rapporto annuale sulle crisi umanitarie dimenticate dai media nel 2007

Mentre sono sempre meno le notizie nei TG italiani, MSF pubblica le testimonianze dei propri operatori italiani dalle tante crisi dimenticate nel mondo

Medici Senza Frontiere (MSF) pubblica oggi il nuovo rapporto sulle crisi umanitarie dimenticate dai media nel 2007. Il rapporto contiene la “top ten” delle crisi umanitarie più ignorate nel mondo e un’analisi realizzata in collaborazione con l’Osservatorio di Pavia sullo spazio dedicato alle crisi umanitarie dai principali telegiornali della televisione generalista in Italia. Le dieci crisi umanitarie identificate da MSF come le più ignorate sono: Somalia, Zimbabwe, tubercolosi, malnutrizione infantile, Sri Lanka, Repubblica Democratica del Congo, Colombia, Myanmar, Repubblica Centrafricana e Cecenia. 

Copertina Rapporto

Leggi il Rapporto MSF sulle crisi dimenticate >> (PDF) 

L’analisi delle principali edizioni (diurna e serale) dei telegiornali RAI e Mediaset mostra, innanzitutto, un calo delle notizie sulle crisi umanitarie nel corso del 2007, che passano dal 10% del totale delle notizie (dato 2006) all’8% (6426 notizie su un totale di 83200). Di queste, solo 5 sono quelle dedicate alla Repubblica Democratica del Congo, dove il conflitto continua a infuriare nell’est del paese, e nessuna alla Repubblica Centrafricana, dove la popolazione è intrappolata nella morsa degli scontri tra gruppi armati, e dove lo scorso giugno un’operatrice umanitaria di MSF è stata uccisa in un attacco.

 Una tendenza già riscontrata nei precedenti rapporti è quella, da parte dei nostri media, di parlare di contesti di crisi solo laddove riconducibili a eventi e / o personaggi italiani o comunque occidentali. Emblematici in questo senso sono la crisi in Somalia, cui si fa riferimento soprattutto in occasione di vertici politici cui partecipa il governo italiano o dell’omicidio di Ilaria Alpi; la guerra in Sri Lanka di cui si parla esclusivamente in occasione del ferimento dell’ambasciatore italiano; la Colombia che entra nell’agenda dei notiziari soprattutto per il sequestro di Ingrid Betancourt, in questo paese il conflitto tra governo, gruppi guerriglieri come FARC e ELN e gruppi paramilitari ha provocato la fuga di oltre 3 milioni di persone, portando la Colombia al terzo posto tra i paesi con il più alto numero di sfollati dopo Repubblica Democratica del Congo e Sudan. Alla tubercolosi, che ogni anno provoca due milioni di vittime, e a cui nel 2006 erano state dedicate solo tre notizie, nel 2007 i TG hanno dedicato 26 notizie, di cui tuttavia ben 15 sulla vicenda di un americano affetto da una forma di tubercolosi resistente ai farmaci che viaggiava in aereo tra Stati Uniti ed Europa.

 

 Il Darfur, dove il conflitto tra il governo del Sudan e i diversi gruppi di opposizione armata ha provocato lo sfollamento di oltre due milioni di persone dal 2004, ha visto una copertura mediatica maggiore rispetto al 2006. Le notizie, tuttavia, erano soprattutto relative a iniziative di raccolta fondi e di brevi visite di personaggi celebri del mondo dello spettacolo.

Alla malnutrizione, che ogni anno uccide 5 milioni di bambini sotto i 5 anni, sono state dedicate solo 18 notizie, la maggior parte delle quali in relazione a generici appelli del Papa conto la fame nel mondo e alla campagna “Il Cibo non Basta” di MSF per promuovere l’utilizzo degli alimenti terapeutici pronti all’uso per combattere la malnutrizione infantile. All’AIDS, che uccide due milioni di persone ogni anno, 54 notizie.
Alla malaria, che ne causa una ogni 3 secondi, solamente 3.

 “MSF è stata creata da un gruppo di medici e giornalisti con il duplice obiettivo di portare soccorso alle popolazioni in pericolo e di testimoniare della loro situazione”, afferma Kostas Moschochoritis, direttore di MSF Italia. “È spesso difficile, in Italia ma anche nel resto del mondo, raccontare le vite e le sofferenze dei milioni di persone che incontriamo e curiamo ogni anno in oltre 65 paesi del mondo. È importante che i media si impegnino per informare sulla realtà dei tanti contesti di crisi nel mondo perché raccontare significa sollevare problemi che altrimenti resterebbero nascosti e richiamare alle proprie responsabilità nei confronti delle popolazioni in pericolo i governi e le istituzioni. Ed è importante anche perché i cittadini italiani hanno il diritto di essere informati sulle tante crisi umanitarie, perché non è vero, come viene spesso affermato, che queste non interessano: lo dimostrano le centinaia di migliaia i cittadini italiani che, attraverso le loro donazioni, contribuiscono all’azione di MSF per aiutare popolazioni spesso dimenticate, e i 30mila italiani che lo scorso anno hanno aderito alla campagna di MSF “Dimmi di Più” chiedendo un’informazione più attenta alle crisi umanitarie”.

 Contemporaneamente al rapporto sulle crisi dimenticate, MSF ha presentato alla stampa il libro “Non tornerò col dubbio e con il vuoto”, edito da Il Pensiero Scientifico Editore. Il libro, con la prefazione di Giovanni Porzio, inviato di Panorama, è una raccolta di testimonianze di alcuni degli oltre 150 italiani che ogni anno partono come operatori umanitari di Medici Senza Frontiere dalle tante crisi umanitarie (guerre, epidemie, catastrofi naturali) degli ultimi anni: dallo Tsunami alle crisi nel Darfur e in Repubblica Democratica del Congo, dal terremoto in Pakistan alle guerre in Afghanistan, in Colombia e in Uganda; dalle pandemie di AIDS in Africa e in Asia alle violenze in Liberia e in Haiti. 

(Tratto da Medici Senza Frontiere)

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domenica, marzo 16, 2008

Quel giorno di marzo a Baghdad

di Alberto Negri

La seconda guerra del Golfo contro Saddam Hussein cominciò, come la prima nel gennaio del ‘91, con un lancio di missili. La notte del 20 marzo 2003 il primo Tomahawk colpì il palazzo del Raìs alle 21,05 e Baghdad piombò nel buio per non riaccendersi più. Fu l'ultima volta che la vedemmo illuminata per intero, con la sua improbabile architettura post-moderna in stile assiro-babilonese, l'arco di trionfo, gigantesca replica delle scimitarre del Saladino, i minareti delle moschee a forma di Scud, i nove ponti, ancora interi, che univano le sponde del Tigri. Quella città oggi si è dissolta, devastata da saccheggi, guerriglia, terrorismo, trasformata in una sorta di fortezza medioevale, frazionata in quartieri ostili che non comunicano.
La scomparsa della vecchia Baghdad è il prezzo pagato per la sua sopravvivenza. La controguerriglia, chiamata dagli americani "surge", sta ridisegnando la carta della capitale. Sul lungofiume Abu Nawas è stata creata una nuova zona per negozi, gallerie d'arte e antiquariato, riaperte accanto alla sede del partito comunista: tonnellate di cemento di muri e checkpoint, chilometri di filo spinato, battaglioni di milizie e guardie private, chiudono strade e quartieri, ritagliando nuovi pezzi di città, nelle intenzioni più sicuri ma dalle dimensioni sempre più ridotte.
La mappa geografica e umana della città si è modellata negli ultimi cinque anni secondo lo schema della pulizia settaria e religiosa, con l'espulsione dalle loro case di migliaia di iracheni. Gli sciiti, dominanti nella parte orientale, ormai ne controllano due terzi.
I capi hanno messo le mani sulle residenze lussuose di Jaidirya, dove all'entrata delle villa che fu di Tarek Aiziz, il vice di Saddam, monta la guardia un miliziano del mullah Abdulaziz Al Hakim, leader del partito sciita di maggioranza. A Occidente sono asserragliati i sunniti con le milizie assoldate dagli americani. Sadr Ciy rimane una disastrata roccaforte della povertà. Nata negli anni 60 per volere del generale Kassem come quartiere modello ricalcando la pianta di Manhattan, adesso esibisce all'ingresso un monito per gli intrusi : «Refah Crossing», un riferimento sarcastico al confine tra Gaza ed Egitto.
Tutto questo un tempo apparteneva a Saddam. La sua morte arrivò veloce, ancora prima dell'alba. L'impiccagione del Raìs ebbe per il mondo un unico testimone oculare. La videocamera di un telefonino che riprese le immagini sfocate della fine del dittatore, le sue ultime parole e le grida di giubilo dei giustizieri intorno alla forca. Il filmato venne diffuso sul web, tra i tappi di champagne, alla vigilia del capodanno 2006. Furono una dozzina i marines e i peshmerga curdi – questa la versione ufficiale – che nel dicembre del 2003 lo estrassero dal buco dove si nascondeva alla periferia della sua città, Tikrit. «Lo abbiamo preso», annunciarono nella Green Zone mostrando i soldati che gli ispezionavano barba, capelli e cavo orale. Un fornello a gas, mazzette di dollari, un fucile, delle pistole, una bandoliera con le munizioni, i resti di un pranzo e un giaciglio, costituivano la scenografia del suo ultimo e ben poco sofisticato bunker.
Erano invece poco più di duecento, tra iracheni e giornalisti stranieri, quelli che il 9 aprile 2003 videro cadere la sua statua in Firdousi Square, la piazza del Paradiso, quando le truppe americane entrarono a Baghdad. Nel campo ristretto dell'obiettivo della telecamera la piccola folla apparve però una moltitudine straboccante sugli schermi del pianeta. La nostra versione di testimoni oculari non sarebbe sopravvissuta ai titoli dei mass media, già decisi da giorni: «Baghdad in festa per la caduta di Saddam». Ma è stranoto che in guerra la prima vittima a cadere è la verità.
Gli unici festeggiamenti furono organizzati a Saddam City, subito ribattezzata Sadr City. Ma si dissolsero in un lampo, il tempo di essere rilanciati via satellite dai network internazionali che alla svelta dovettero tagliare la corda per salvare le telecamere: la folla diede il via quasi subito al sacco di Baghdad, che durò settimane, con l'incendio dei palazzi e la devastazione del Museo nazionale. Da quel momento nessuno riprese mai più il controllo della situazione che dall'anarchia distruttiva passò agli attentati terroristici e alla guerriglia.
Il sacco di Baghad per la verità non è finito, continua in maniera più mirata: a Rashid Street, dieci giorni fa, mi indicavano i segni dell'incendio che ha da poco distrutto gli archivi della Banca centrale con centinaia di documenti che provavano la corruzione del vecchio regime e quella dell'attuale classe dirigente che sta inghiottendo gli aiuti internazionali e i profitti dell'oro nero.
In una camera dello Sheraton affacciata a cinquanta metri dalla piazza, il nove aprile 2003 scrivevo la cronaca per il Sole-24 Ore. Attento a quello che avveniva sotto ma anche al ronzio vitale del generatore di corrente e al telefono satellitare: da settimane erano saltate luce e comunicazioni. Fuori però non succedeva nulla. La statua del Raìs era stata sfregiata dai pochi iracheni presenti che però si erano dimostrati impotenti ad abbatterla.
All'Hotel Palestine i marines si erano accampati al comando del colonnello McCoy, dell'Oklahoma. Disse di non sapere niente dei due giornalisti, un ucraino e uno spagnolo, uccisi il giorno prima dalla raffica di un carro armato americano che aveva colpito il triste fortino dei giornalisti. Nella stanza 1503 erano rimasti frammenti di vetri, schizzi di sangue alle pareti e le telecamere fuse dal calore dei proiettili. Ma questo era il "fuoco amico", un incidente di percorso che non meritò neppure un sopralluogo dei militari al quindicesimo piano. Poche ore dopo ci fu il primo attentato kamikaze: un soldato americano ucciso e tre feriti al posto di blocco dello Sheraton.
Il regime crollava lasciandosi dietro vuoto e macerie. Nulla si salvava: all'ospedale Yarmouk gli infermieri difendevano con il mitra le incubatrici dei neonati nel mirino dei saccheggiatori. A Khadimiya entrammo nelle celle di sicurezza e nelle camere di tortura, dove la folla tentava di picconare una botola di cemento: i prigionieri politici finivano murati vivi. La macchia infernale del Raìs aveva macinato milioni vite in guerre, repressioni, massacri.
A mezzogiorno gli ultimi fedayn di Saddam combattevano ancora sul ponte 14 luglio. Il comandante, rannicchiato dietro la carcassa di un auto stringeva un mitragliatore e una granata, alle sue spalle la copertura dell'artiglieria irachena era sparita e le cannonate dei marines si erano lasciate dietro soltanto la scarpa schiacciata di un soldato. Un Abrams avanzò in direzione della riva est del Tigri, la barricata svanì fragorosamente, sbriciolata in una nuvola di fumo. Quel che restava dei fedayn volò in frammenti oltre il ponte, tra le canne del fiume.
I network andavano a caccia dell'abbraccio della popolazione di Baghdad agli americani. Dietro le vetrate dell'Hotel Fanar, Ahmad, 12 anni fissava i marines con le lacrime agli occhi. Suo padre gli aveva raccontato per settimane che i soldati iracheni, abili e coraggiosi, avrebbero sconfitto l'esercito tecnologico di Bush, caricandolo di fiducia e speranza per sopportare i bombardamenti, le notti buie dell'oscuramento, i giorni inutili e noiosi senza scuola. Ahmad sembrava privo di vita, il mondo di Saddam gli era crollato addosso, vinto, battuto. Il padre sussurrò: «Adesso gli dovrò spiegare perché abbiamo perso la guerra, perché non è andata come avevo detto».
Verso sera i genieri dell'esercito americano finirono il lavoro. La statua fu trascinata via dai blindati con le funi d'acciaio. Dalla piazza del Paradiso si levò un'ovazione sommessa, un ululato quasi strozzato, che doveva fare da colonna sonora al finale di giornata, era l'immagine che si voleva, da incorniciare negli eventi del millennio.

(Tratto dal Sole 24 ore del 15 marzo 2008)

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